Il freak show dell’universo maschile

 

Da leggere ascoltando Bon Iver – 33 “GOD”

Che poi non è vero che esistono solo due tipi di uomini.

Non è vero che tutto il parterre maschile si divide in Stronzi o Affidabili.

Nel freak show del cosiddetto “sesso forte” (che poi parliamone…) non esistono personaggi definiti, quanto figure dai ruoli labili e mutevoli. E così capita di ritrovarsi a vedere il medesimo spettacolo anche distanza di anni e di notare lo stesso uomo che nelle edizioni precedenti aveva indossato il costume dell’erotomane, vestire i panni del tenerone. E tu un po’ rimani perplessa. Salti dalla poltrona. Fai fatica a seguire la trama. Come se Russell Crowe interpretasse Commodo e Joaquin Phoenix diventasse tutto ad un tratto Massimo Decimo Meridio. Ma che scherziamo?

Quindi immaginatevi la reazione della mia amica P. quando si è seduta nella sua bella poltrona di velluto lussureggiante rosso fuoco, quando aperto il sipario della solita pantomima si è ritrovata davanti al suo personaggio preferito, quello “privo di affezione, incapace di coinvolgimenti affettivi” per scoprire che la trama era improvvisamente cambiata e che quello stesso personaggio aveva cambiato storyline, diventando un uomo dotato quasi di un cuore intero e capace quasi di un sentimento di benevolenza verso gli altri. Incredibile. Solo che ci si affeziona ad un personaggio. Voglio dire, la mia amica P. ama Russell Crowe perché alla fine del Gladiatore muore e ogni volta che lo rivede in qualunque altro film, continua a pensare a lui che alla fine del Gladiatore muore per questo lo ama profondamente, indipendentemente dal ruolo che recita in qualunque altro film. Se diventasse davvero Commodo, la mia amica P. dovrebbe rivedere tutti i suoi sentimenti per lui. Sarebbe uno shock.

Certe storie non possono cambiare. Giocasta, Laio ed Edipo non vivranno mai nella casa della prateria. Proprio no.

Più si cambia, più è la stessa cosa. (Alphonse Karr).

Back in the days with #fertilityday

Da leggere ascoltando Arcade Fire – City With No Children

O siamo a Frittole o l’Italia, il mio paese, proprio quello dove sono nata e cresciuta, che ha visto le lotte per il suffragio universale e per la legalizzazione dell’aborto, da qualche giorno è tornato indietro di secoli.

Il #ferilityday è piombato sulle nostre bacheche, costruito con i nostri soldi, promosso dal nostro stato. Ed io vorrei dire giusto qualche parolina, perché il #ferilityday pesa quanto la lettera A di adultera appiccicata addosso, quanto la prima pietra scagliata durante una lapidazione.

Ho quasi 36 anni. Non ho figli. E non ho l’immediata prospettiva di farli. Purtroppo. Già, purtroppo.

Colpa mia, per carità. Anzi, anche mia. Colpa della lentezza con cui mi son accorta di quello che volevo fare nella vita, che mi ha comunque richiesto una laurea, un master e diversi anni di gavetta sottopagata o non pagata. Colpa dei miei continui spostamenti geografici perché scema io, non mi sono accontentata di restare in una cittadina di 20.000 anime che offriva poco. Stupida, stupida, stupida perché mi sono data la chance di lavorare e vivere in città che offrivano prospettive più ambiziose, dovevo restare a casa a cucinare e a fare figli a 25 anni. Sciocca, anzi, puttana che non mi sono accontentata di condividere la mia intera e unica vita con il primo ragazzo che ho avuto ma anzi ne ho dovuti cambiare ben 5 prima di trovarne uno con cui restare. Errore mio perché se sono stata tradita, se mi sono state raccontate bugie, se sono stata maltrattata, se sono stata messa da parte più volte, avrei dovuto semplicemente abbassare la testa e continuare a lavorare ad uncinetto e invece no, cocciuta, ho cercato altro perché volevo la felicità.

Ed è ancora colpa mia se c’ho messo 20 anni (se calcoliamo che a 15 anni una ragazza inizia ad avere i primi fidanzati) a trovare una persona con cui provare a costruire una famiglia ed è ancora colpa mia se questa persona non si sente di diventare padre nell’immediato. Forse dovrei astutamente obbligarlo perché a 36 anni l’utero invecchia e le possibilità diminuiscono e poi magari ritrovarmi, nel giro di un paio di anni, a mantenere un figlio da sola con uno stipendio medio basso.

Cosa ne sa lo stato della storia che c’è dietro ad ognuna delle donne come me, che arrivate ad una manciata di anni ai 40 non ha ancora fatto figli?

Mia madre qualche anno fa, quando a 32 anni ero tornata sigle di nuovo, mi disse che ero fortunata perché nella mia generazione, le donne non erano più viste come macchine per fare figli e che avrei potuto essere felice anche da sola, anche senza sposarmi, anche senza fare figli. Mia mamma, classe ’53, si sbagliava.

Esistono innumerevoli motivi per cui una donna oggi, alla soglia degli “anta” non ha ancora avuto figli: problemi di infertilità, impossibilità economica, mancanza di un partner, scelta di vita. Chi sono gli altri per giudicarla? Chi è soprattutto lo stato?

Chiudo con una provocazione. Dato che esistono milioni di orfani al mondo e l’attuale guerra ne sta producendo un’infinità, fare più di un figlio oggi non è un atto egoistico? Perché devo metterne al mondo una nuova vita quando ci sono bambini, adolescenti senza una famiglia che hanno bisogno di due genitori per avere una vita normale?

Io al #fertilyday rispondo con un #adoptionday.

***

“Per tutte le violenze consumate su di lei,
per tutte le umiliazioni che ha subito,
per il suo corpo che avete sfruttato,
per la sua intelligenza che avete calpestato,
per l’ignoranza in cui l’avete lasciata,
per la libertà che le avete negato,
per la bocca che le avete tappato,
per le sue ali che avete tarpato,
per tutto questo:
in piedi, signori, davanti ad una Donna!”

W. Shakespeare.

 

Sarajevo è tutta qui

Da leggere ascoltando Neurosis – The Eye of Every Storm

 

C’è un manto bianco che ricopre questa città

ma l’inverno è ancora molto lontano

cammino in queste strade

centinaia di piedi diversi passano di qua

dove est e ovest si incontrano

ogni giorno, senza paura

eppure qui la paura ha abitato a lungo

la vedi ancora negli occhi di chi c’era

e nella voglia di vivere di chi è venuto dopo.

 

C’è un manto bianco che ricopre questa città

ma l’inverno è ancora molto lontano

un manto di cemento

che se ci pensi non ci credi

e se lo vedi, inorridisci

tu non c’eri

loro si

tu ci sei

loro no.

 

Case rotte

porte storte

tetti scoperti

promesse infrante

sogni dispersi

culture rivali

punti di scontro

giardini d’asfalto

odore di sparo

20 anni in un minuto

un brindisi al passato

un desiderio per il futuro

Sarajevo è tutta qui.

 

C’è un manto bianco che ricopre questa città

ma l’inverno è ancora molto lontano

e quando arriverà sarà passato un altro anno

ma il passato non passa mai

Sarajevo è tutta qui.

 

Da vicino nessuno è normale

Da leggere ascoltando
Caetano Veloso – Vaca Profana

Questa cosa che ho trascorso il mio primo week end da single a pulire come se non ci fosse un domani, mi inquieta e non poco.

E’ venerdì e per la prima volta dopo 2 anni mi ritrovo sola.
Faccio un aperitivo con amici e poi alle 22.30 sono a casa. Mi sento triste. G. non c’è. Apro una bottiglia di Vermentino, così magari mi mancherà di meno. Mi addormento all’1 e dormo che è un piacere.

Sabato mi alzo e vengo inspiegabilmente presa da un furia domestica che manco una squadra olimpionica di colf.

Inizio dalla stanza da letto e apro i cassetti, gli sportelli, tiro tutto fuori come fosse un riordino catartico della mia vita, solo che non me ne accorgo e accatasto non 1, non 2 ma bene 5 sacchi di cose inutilizzate. Poi passo alla cucina perché come tutti i serial killer che si rispettino, sentito l’odore di pulito non puoi più fermarti. Dev’essere un po’ come il sangue per gli assassini seriali.

Qui faccio fuori 2 scatole di bicchieri e cianfrusaglie in disuso da sempre.

Poi la libreria.

Poi il bagno.
Ma quanti cavolo di ombretti, rossetti, matite scadute ho? E i campioncini? I maledetti camioncini di prodotti di cui non so neanche pronunciare il nome? Quei piccoli, favolosi ed inutili mini flaconcini monodose che a volte vai in profumeria a comprare qualcosa solo per tornare a casa con 10 fottutissimi nuovi campioncini. Che poi te li passi da una mano all’altra ammirandoli come fossero figurine e non li usi mai, manco fossi un collezionista.
54 campioncini. Ne avevo 54 e ho deciso di donarli all’AMSA.

Mi ci vogliono 4 ore. Poi mi siedo sul divano, immersa nel silenzio, nell’ordine e nell’odore di detersivo per pavimenti. E mi sento come Dexter dopo aver ucciso la sua prima vittima.

E mi chiedo, in questi 10 giorni di assenza di G., fino a dove potrò spingermi?

De perto ninguem è normal.
Da vicino nessuno è normale.
Caetano Veloso.

E’ stato carino

Da leggere ascoltando Beach House – Space Song

A volte tornano.
E non parlo solo dei post.
Ne avevamo già parlato qui. E’ sempre una grande emozione incontrare dopo tanto tempo una persona per la quale abbiamo provato dei sentimenti.

Mi è successo qualche settimana fa.
Ed è stato buffo.
Avete presente i bignami che si studiavano poche ore prima di un compito in classe, sperando di ripassare in pochi secondi, che so, i più importanti periodi Storici? Bene, io ho provato quella stessa sensazione, una sorta di bignami emotivo: in 5 minuti ho ripassato i più importanti periodi vissuti nella storia con quell’amore passato. Innamoramento, sofferenza, fine. Tutto in 5 minuti.

Io che parlo a raffica per esorcizzare il disagio. Lui che fissa la maglietta [peraltro fichissima] che indosso. Perché non esiste un manuale delle conversazioni perfette da intrattenere in queste situazioni?

Sei e mezzo.
Se dovessi dare un voto a tutto questo, sarebbe un classico sei e mezzo, con tutto quel misto di felicità per aver raggiunto la sufficienza e di fastidio per aver ottenuto un voto così mediocre.

Le donne qualche volta stanno zitte… Ma mai quando non hanno niente da dire.
(Paul Souday)

Le cose rotte

Da leggere ascoltando The Beach Boys – God only knows

Mi piacciono le cose rotte.

I biscotti a pezzetti, le tazzine sbeccate, i libri senza copertina, i soldi strappati.
Mi piacciono da sempre. Li cerco. Quando apro una scatola di biscotti, scarto quelli interi e mi mangio solo quelli rotti. E le tazzine, lo ammetto, a volta le sbatto sul lavello dopo averle lavate, così da rovinare un po’ il bordo. Mi piacciono le bancarelle di libri usati, ma mica per la moda vintage o perché a volte dentro ai libri vecchi ci trovi scritte a penna di chissà chi, no, mi piacciono i libri vecchi perché le pagine sono tutte smangucchiate e se sei fortunato, le copertine sono a pezzi. E quando il giornalaio o il tabaccaio mi rifilano i 5 euro vecchi e rotti, io un po’ godo.
E così anche nelle relazioni. Non mi sono mai piaciute quelle intatte, quelle lisce, le storie d’amore dalla copertina nuova e lucida, le relazioni che sembrano le banconote appena stampate da 500 euro che sembrano finte.
No, a me sono sempre piaciute le storie sbeccate, quelle a brandelli, le storie rotte.
Mannaggia a me.
Se si usa qualcosa al pieno delle sue possibilità, si rompe.
Arthur Bloch.

Idealmente bionda, potenzialmente mora, effettivamente rossa

Da leggere ascoltando Nick Cave & Warren Ellis – Song For Bob

Sono lì distesa sul tappetino di yoga dopo un’intensa lezione improntata tutta su “accetta-chi-sei-davvero” ed eccomi lì a pensare che devo cambiare colore di capelli.

Facciamo un salto indietro però. Perché questa storia va raccontata dall’inizio.
Primavera 2012. Porta Romana. Casa mia. Ho in mano una scatola di tintura per capelli biondo miele e la testa piena di sostanze chimiche che forse abbasseranno il mio Q.I. e prendo una decisione: i miei capelli si meritano di più e anche il mio cervello. La decisione di dire addio al mio biondo naturalissimo, diventa definitiva dopo lo shampoo e la successiva asciugatura, quando mi rendo conto che le punte dei capelli sono più simili alle ramazze da campagna che alla seta.
Vai dal parrucchiere, mi dirai. Certo, li spendo volentieri 100 euro (se va bene) ogni 2 mesi. Come no.
E allora vai di taglio corto e di successiva decisione: non mi tingerò mai più i capelli, mai più, più più, proprio.
Certo, fino a quando la situazione capelli bianchi non diventa tragica.
Siamo nell’estate del 2013. I miei capelli castani-piatto-che-non-sanno-di-nulla urlano pietà, desiderano una personalità e così chiedo consiglio all’oracolo del digitale: zio Google, il quale mi consiglia la soluzione Schulz. Seguono 2 mesi di trattamento e a fine estate invece di essere buona (naturale, ovviamente), sono praticamente rossa come pippi calze lunghe. Ora, a meno che tu non abbia la pelle chiarissima e deliziose lentiggini sul nasino e sulle gote, il rosso non sta bene a nessuno.
Ottobre 2013. Incontro G., l’uomo della mia vita. A lui piace Natalie Portman. Ma anche un po’ Penelope Cruz. E le bionde, le rosse, proprio non gli piacciono. Io si però, gli piaccio, ma decido di farmi mora. Non che possa davvero assomigliare a Natalie o Penelope, ovvio.
Passano i mesi, passa 1 anno ma mora non mi vedo e penso a quanto ero felice quando ero bionda, forse perché la tintura m’aveva piallato il cervello o banalmente perché non ricordavo l’effetto capello-come-ramazza dell’ormai lontano 2012.
Primavera 2015: decido che devo tornare bionda ma senza ammoniaca. Provo con una crema della L’Oreal che zio Google dice faccia miracoli e niente, rossa di nuovo.
Provo quindi con una tintura naturale, ma niente. Ancora più rossa.
E rieccomi stesa sul tappetino di yoga. Devo-accetarmi-così, è il mantra che alla fine della lezione mi spinge in erboristeria a comprare tutto il necessario per fare l’henné della svolta. Lo dicono CarlitaDolce e Anotherandmore ed è come se lo dicesse Dio. Io stasera mi faccio l’impacco per tornare Bionda Naturale.
Ci credo tantissimo. Vi prego, credeteci anche voi e stasera fate una preghiera per me.
Che io posso tornare bionda e felice.
Tanto non sarò mai Natalie Portman.
Voler essere qualcun altro è uno spreco della persona che sei.
(Marilyn Monroe)