Matrimoni, figli e kg di troppo

Da leggere ascoltando Father John Misty – Holy Shit

Si sposano tutti tranne me.
Nel giro di 6 mesi, mi faccio 3 matrimoni. Non miei, ovvio. Sennò mica mi girerebbero così tanto.

Fanno tutti figli tranne me.
8 amiche, no-dico-8-amiche che contemporaneamente decidono di figliare insieme e lo fanno mettendosi accuratamente d’accordo, a distanza di 2 mesi una dall’altra, manco c’avessero un planner super mega figo che le ha seguite.

Oh, pure quelle che non si sposano e non fanno figli, comunque cambiano lavoro o città o vita.
Cioè, il tema del post di oggi è che comunque sono più fortunate le altre.
Mi annoio.
Non succede mai nulla.
Stavo meglio quando soffrivo di insonnia e non avevo certezze e neanche quei 2 kg in più.
Cioè aspetta,
L’insonnia no, ti prego.
Ma manco le incertezze, chi le vuole più.
Ecco, quei 2 kg in più però, se qualcuno li vuole…
No, in effetti sto da Dio ora, con la mia vita quotidiana piena di amore costante che mi culla la notte e mi riempie la pancia.
Con la sicurezza di addormentarmi e svegliarmi amata e innamorata.

E in quanto all’abito bianco, che dire, lo sanno tutti che dopo i 30 il bianco non lo puoi portare, come le Allstar, come gli shorts di jeans e le calotte senza reggiseno.

I figli si partoriscono ogni giorno. (Alda Merini)

Godspeed You! Black Emperor e il karma

Da leggere ascoltando Bach – Cello Suite No. 1

Forse non c’ho più l’età o forse semplicemente mi sta sul groppo il genere-umano-intero.
Questa è la conclusione più adeguata che ho trovato dopo aver partecipato a 2 concerti consecutivi a dir poco disastrosi.
Che sia chiaro, non parlo di musica, perché in tal caso non posso che avere parole d’amore per i Russian Circles (loro) e per i Godspeed You! Black Emperor (loro). Ovviamente parlo della fauna che ho incontrato. Se al concerto dei Russian Circles mi sono imbattuta nell’ultimo uomo sbagliato della mia vita, per poi comprendere che tutto passa, anche le delusioni più grandi, al concerto dei Godspeed You! Black Emperor, mi sono ritrovata ad essere protagonista di una sorta di film horror, dove gli orrori sono le diverse tipologie del peggior genere umano, che per l’occasione, si sono date tutte appuntamento al Live di Trezzo, manco fosse l’arca di Noè della negatività.
Dunque devi sapere che già la musica non aiuta, circa un’ora e mezza di musica inquietante, ossessiva, quasi tachicardica, se poi ci metti che come al solito ero sul fondo di una sala che contiene circa 1500 persone e con il mio 1,53 cm di altezza non ho visto una mazza…dunque, il tappeto musicale era inquietante, l’unica cosa che vedevo erano le immagini video senza senso proiettate dietro ai musicisti, tutti intorno a me persone gigantesche e la mia mente che viaggia. La prima mezz’ora me la godo, la mia immaginazione inizia a disegnare coreografie di danza nell’aria ed è proprio una figata, poi tutto ad un tratto sbadabam, eccolo lì, il fattone di mezzanotte che mi cade addosso: 1,80 cm per 90 kg circa che dopo essersi intelligentemente fumato canne per mezz’ora, decide di cadere a peso morto sulla mia spalla sinistra. Io non ci voglio credere, penso – se vuoi suicidarti, puoi gentilmente farlo a mezzo metro da me, grazie?- che persona orribile sono, lo so.
Mi riprendo, lascio che la mia mente torni a fantasticare di danza e di movimenti e voilà, alta probabilmente 1.90 cm, capelli corvini, canotta-di-pizzo-traforata-che-se-praticamente-nuda, una tipa di 20 anni circa che decide di fare la pubblicità della L’oreal sui miei occhi, scuotendo la testa manco ascoltasse gli AC/DC a tutto volume. Dopo circa 5 minuti ho le lacrime agli occhi, ma non perché sia commossa dalla bellezza della viola o del violino che suonano sul palco, ma perché le punte ispide di quei capelli stanno spazzolando i miei occhi. Forse diventerò cieca, penso. Do’ un paio di calci alla tipa che si gira infastidita e si sposta di qualche centimetro. Che brutta persona che sono. lo so.
Ma non è finita. Perché alla fine arrivano loro. La coppia che detesti. Quelli che proprio non sopporti e che grazie a Dio (oh, si, grazie mille, Dio) sono venuti ad ascoltare gli ultimi 15 minuti di concerto proprio dietro di te. Quelli che scelgono un concerto per litigare e lasciarsi. Ma ti pare che devi condividere con le 1500 persone presenti tutti i cazzo di motivi per cui la tua storia deve proprio concludersi in quel momento? Ma aspetta la fine del concerto, sali in auto, arriva a casa sano e salvo e poi lasciati, no? Ecco, vedi, mi sono preoccupata che arrivassero a casa sani e salvi, sono una bella persona in fondo, no? In realtà l’ho fatto per il karma. Ecco, vedi, sono proprio una pessima persona. Ed infatti è solo alla fine del concerto che alzo lo sguardo e scopro che c’è un piano superiore da cui potevo vedermi il concerto in santa pace. E forse scoprirlo solo alla fine, è segno che ultimamente sto davvero attirando un pessimo karma…

Non so. Forse devo pensare davvero di fare l’eremita o cambiare genere musicale…

Sono poche le persone che io amo per davvero e ancora meno quelle delle quali io penso bene. Più conosco il mondo, più ne sono disgustata; e ogni giorno conferma la mia convinzione dell’incoerenza del carattere umano, e della poca fiducia che possiamo riporre in tutto ciò che può apparire merito o intelligenza.

Jane Austen, Orgoglio e pregiudizio

Russian Circles, Guinness e rivelazioni

Da leggere ascoltando Russian Circles – Ethel

Avete presente quelle situazioni scomode che spesso immaginate di vivere e il solo immaginarlo, vi mette ansia e fastidio? Bene. Io ne ho vissuta una simile venerdi scorso, mentre ero al concerto dei Russian Circles. Dunque, me ne stavo lì con la mia Guinness in mano, felice come una pasqua (letteralmente parlando) e mentre mi incammino verso l’uscita del locale, eccolo là che mi taglia la strada senza neanche accorgersi della mia presenza, l’ultimo degli uomini sbagliati della mia vita. Si fionda in bagno, gridando “scusa” ad un tizio che si sta gustando la sua birretta pre-concerto, dice quel “scusa” che trasuda di fastidio come a dire “non puoi stare davanti al cesso così, figa”. Ci metto circa 2 secondi a passare dalla sorpresa al fastidio al chi-se-ne-frega e quindi continuo per la mia strada, in tutti i sensi.

E penso a quanta distanza c’è tra l’immaginazione e la realtà,  tra il passato e il presente, tra ciò che è senza importanza e tra ciò che conta davvero. Due anni fa avrei vissuto quel momento con totale coinvolgimento e ora quella stessa situazione non vale più di una birra per me e una pisciata per lui. Verso la fine del concerto, che ho potuto apprezzare solo dal punto di vista sonoro data la mia minuscola statura, lo rivedo, mi accorgo che sta proprio dietro di me e così decido di fare l’unica cosa da fare in una situazione del genere: scorreggiare. E lo so che non è fine e non è da ragazza ma complice la Guinness, ho realizzato che tra me e quella persona sicuramente non c’era più nulla da dire ma c’era sicuramente ancora molto ma molto da sentire…

Non ho mai sentito dire che le flatulenze determinino situazioni filosofiche.

Una confezione di coerenza, in formato famiglia.

Da leggere ascoltando Sister Sledge – We Are Family

Non credo di avere le competenze e la personalità idonea a prendere una posizione sulla storia di Dolce e Gabbana, secondo i quali i figli nati in vitreo sarebbero sintetici e che andrebbero per così dire contro il concetto sacro di famiglia.Però vorrei dire un paio di cose. Mi collego ad una delle dichiarazioni di Dolce, il quale dice: “Sono gay, non posso avere un figlio. La vita ha un suo percorso naturale, ci sono cose che non vanno modificate. E una di queste è la famiglia”.

Occhei. Oltre la famiglia, ci sono un fottio di cose che hanno un percorso naturale e che non vanno modificate, pronti? Parto con l’elencone:

Gli occhiali da vista, che di solito indossi per modificare la vista che naturalmente non avresti (loro mi pare siano mezzi ciecati, e allora perché non accettare questa loro condizione?)

Il colore dei capelli, da domani via tutte le tinte, le decolorazioni, gli henné e tutto quello che modifica il colore con cui nasciamo e invecchiamo.

La forma del nostro corpo, al rogo i chirurghi che aggiungono, tolgono, sistemano, tirano sù e tutte le eventuali attività che trasformano il corpo con cui siamo nati, per non parlare di quelle scarpe costosissime che mi pare vendano pure loro, con tacchi vertiginosi che farebbero sembrare altissima anche la sottoscritta.

Potreste giustamente obiettare che il termine di paragone non è corretto e che mettere sullo stesso piano la famiglia e un paio di tette rifatte non è proprio la stessa cosa e allora alzo un po’ la discussione e parlo per esempio delle protesi fisiche che può indossare per esempio chi nasce con malformazioni o chi dopo un incidente, necessita della scienza e della tecnologia per poter vivere “naturalmente”, quella medesima scienza e tecnologia che ha dato l’opportunità di creare i famosi “bambini sintetici”. Oppure parliamo delle malattie, che consumano giorno dopo giorno i pazienti, cosa bisognerebbe fare: lasciarle al loro percorso naturale? Non permettersi di modificarle?

C’è una parola che descrive molto bene tutto questo che è COERENZA e che va applicata con metodo e costanza manco fosse una crema notte anti-rughe. Se potessi, ne regalerei una confezione ai signori Dolce e Gabbana. Una confezione in formato famiglia, ovviamente.

Il legame che unisce la tua vera famiglia non è quello del sangue, ma quello del rispetto e della gioia per le reciproche vite. Di rado gli appartenenti ad una famiglia crescono sotto lo stesso tetto. Richard Bach.

L’alzata dei bigotti

Da leggere ascoltando St. Vincent – Digital Witness

Oggi sono davvero arrabbiata.

Ti spiego perché, ma ti avviso già che sto per toccare un tema super delicato perché fa riferimento alla libertà di espressione sui social network.
Dunque: sabato posto sul profilo personale un’immagine del mare, eccola qui.
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Il mio amico M., il più ironico, spiritoso e geniale tra le persone che conosco (tranquilli, c’ha pure una valanga di difetti…) risponde postando quest’immagine
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Inutile dire che si fa della sana ironia, è un’immagine divertente che per altro fa il verso ad un film piuttosto famoso, Borat – Studio culturale sull’America a beneficio della gloriosa nazione del Kazakistan. Non passano neanche 24 ore e il mio amico M. riceve una motiva da Facebook che lo avvisa che qualcuno ha poco gradito l’immagine, segnalandola come non adeguata e dandogli la possibilità di cancellarla. Ovviamente l’identità della persona che ha segnalato la foto, non è rintracciabile ma la cosa triste è che si tratta di qualcuno tra i miei 598 amici.
Ora, sul mio profilo personale, dove per altro ho impostato una privacy ristretta, non tollero che qualcun altro si arroghi il diritto di decidere cosa pubblicare e cosa cancellare. Non lo tollero soprattutto perché ogni giorno io sono costretta a leggere post e vedere immagini di cui non solo non mi interessa nulla, ma di cui spesso provo fastidio perché ritengo il contenuto non idoneo ai miei interessi, alla mia etica e ai miei valori personali.
Faccio degli esempi, iniziando dai più futili:
Non mi piacciono le immagini di cibo perché sono a dieta e vedere decine di immagini di cibo succulento, mi infastidisce ma me ne faccio una ragione e scrollo velocemente.
Non mi piacciono i selfie, o meglio, non mi piacciono le persone che non fanno altro che farsi selfie perché secondo me c’hanno un problema gigantesco di auto-stima sono potenziali killer.
Disapprovo chi posta ossessivamente le immagini dei propri figli. Sia chiaro, il 70% dei miei amici ha figli e posta quotidianamente con orgoglio immagini he li ritraggono mentre giocano, mangiano, ridono, colorano, danzano etc… spesso faccio anche like perché è un modo per vedere questi bimbi crescere, visto che fisicamente non li vedo spesso ma sono anche convinta che esporre i propri figli in questo modo non sia sano (qui un buon articolo di approfondimento su questo tema).
Non amo neanche chi sbatte in faccia a tutti il proprio stato sociale-economico, postando gli ultimi acquisti come iphone, auto, vestiti griffati etc.. perché ci sono persone che tirano la cinghia e non arrivano a fine mese o che vanno nei discount alimentari o semplicemente se viaggiano lo fanno andando in ostello e prendendo il treno e quindi di vedere alberghi di lusso e viaggi in aereo in prima classe non me ne può fregare di meno.
Ma veniamo alla tanto discriminata foto del mio amico M.
Stamattina scrollo un po’ la mia bacheca e trovo questa:
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Se dovessi comportarmi come “il segnalatore”, Buzzfeed sarebbe costretto ad eliminare l’articolo che di per sé non rappresenta un dramma, se non per un piccolo dettaglio: se ogni utente si eleggesse censore universale, il 90% dei contenuti pubblicati sui social scomparirebbe, il che è quasi auspicabile ma non in questo modo. Non secondo la mera soggettività di ognuno di noi.
Quindi, cerchiamo di farci un bell’esame di coscienza e lasciamo a casa la nostra personale etica o smettiamo di usare i social come riflesso valoriale della nostra vita.
“Non si mettono le mutande alle parole” Aldo Busi.

Marzo, uomini e zucchine.

Oh, il mese di marzo è per eccellenza il mese dedicato alla semina. Ed è bene dedicarsi con cura e pazienza a questa attività, soprattutto se desideriamo una raccolta copiosa e deliziosa.

E dai che hai capito, mica parliamo davvero di ortaggi, oddio, in un certo senso si, in un senso lato, molto lato (scusa mamma, scusa Dio, Cit.).

Oggi parliamo di uomini. Strano.
Avevo già abbordato questo discorso metaforico, qui. Abbandonato l’autunno, ormai terminato l’inverno, vorrei affrontare la primavera con tutta con la carica di ormoni e buoni propositi del caso.
Dunque, come prima cosa dobbiamo capire che cosa vogliamo seminare, ovvero, quale sia l’oggetto del nostro desiderio. A marzo, mi dicono, la fa da padrone la zucchina, in tutte le sue accezioni e significati sessuali, si.
Allora, la prima regola per un raccolto succulento è quella di evitare le gelate which means, se avete adocchiato un uomo che già in fase di primo approccio, sembra non rispondere al vostro entusiasmo, lasciate perdere e aspettate un periodo più adatto.
Se invece sentite già quell’aria frizzantina tipica della primavera, allora siete pronte.
Bene, seconda regola (questa è più adatta ai maschietti, ma è utile anche per noi): non si pianta un semino conficcandolo brutalmente nella terra con quelle manacce lì; è necessario fare dei piccolissimi buchini, stuzzicando letteralmente, la terra umida, dove andrete ad infilare delicatamente il vostro semino, senza spingere troppo in profondità, ma lasciando che la terra avvolga perfettamente il seme. C’è davvero bisogno che vi faccia la parafrasi?
Terza regola: regoliamo il getto. E’ necessario bagnare delicatamente la terra, un getto troppo forte è sintomo di squilibrio e potrebbe vanificare le accortezze seguite. Once again: c’è bisogno della parafrasi? Se si, contattatemi privatamente, siete un caso disperato.
Quarta regola: il calore. E’ importante non stare direttamente sotto la fonte di calore, ma ad una debita distanza. Questa, per noi signorine, è la regola più complessa, solitamente noi fanciulle siamo esperte nel soffocamento e arsura totale dei nostri rapporti.
Quinta regola: se abbiamo rispettato le regole precedenti, non dobbiamo fare altro che avere pazienza e controllare ogni giorno, il nostro semino diventare germoglio e diventare finalmente ciò che desideravamo da mesi: un’enorme e succulenta zucchina.
Insomma, nell’orto, come in amore, è importante seminare bene, con cura e amore e… sperare nelle dimensioni.
Nell'immagine, il signor Gianni con la sua zucchina da record, lunga ben 140 cm.

Nell’immagine, il signor Gianni con la sua zucchina da record, lunga ben 140 cm.

Coito ergo sum. Dino Risi.

Pane, amore e hamburger

Da leggere ascoltando Local Natives – Colombia

Qualche giorno fa scrivevo di una ricetta orribile venuta disgustosamente male. Ieri sera per far pace con il mio palato, ho deciso di fare un grande classico di casa Mastrosino (unione del cognome del mio compagno e del mio). E’ un piatto facile facile che mi viene modestamente benissimo e che è pieno di ricordi. No, tranquilli, non sto facendo la foodblogger che se la tira.
Ecco cosa vi occorre per questa ricetta:
Poco, anzi pochissimo tempo per cucinare e tantissima fame.
Una buona dose di nostalgia per un luogo straniero a cui siete affezionati e che per un po’ è stato casa vostra (per me è il Canada). Aggiungete il gusto di mangiare in silenzio guardando chi vi fa compagnia, con la bocca piena, le mani zozze e labbra tutte sporche con quel sano desiderio di tornare bambini e avere qualcuno che vi pulisce muso e mani con il tovagliolo.
Beh, avete già capito di cosa parliamo…

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L’hamburger è la cosa più simile al sesso che conosca. E’ bello pensarci, è bello cucinarlo, è bello mangiarlo ed è persino meraviglioso starsene sul divano dopo averlo ingurgitato. Per me è quasi un rito, associo l’hamburger ad alcuni dei momenti più intensi della mia vita: mi ricorda il Canada, ho mangiato il più buon hamburger della mia vita a Toronto, che visitai per una settimana da sola con il mio zainetto sulle spalle. Mi ricorda le chiacchiere con un’amica dopo una serata alle 3 del mattino con la fame chimica, la prima cena che ho cucinato per una persona tanto amata ed è il motivo di orgoglio del mio fidanzato che dice che cucino i migliori hamburger della storia…

Ecco la mia versione:

2 fette di pane con il sesamo
300 grammi di carne trita di bovino
pan grattato
senape
un paio di fette di scamorza
pancetta
cipolla rossa di tropea
pomodoro e insalata songino

Unite il pan grattato e la senape alla carne trita, mescolate bene e ricavate due polpette enormi, quindi col palmo della mano schiacciatele fino a renderle piatte (ma non piattissime, lasciatele più ciccione la centro).
Date una scottata al pane (va bene anche in padella). In una padella, fate cuocere la cipolla tagliata ad anelli per un paio di minuti in abbondante olio (meglio se di arachidi o di girasole).
Cuocete la carne, 3-4 minuti per lato (la carne deve rimanere rosa al centro), spegnete il fuoco e appoggiate la fetta di formaggio sulla carne, così si scioglierà, appoggiate sulla piastra ancora bollente anche la pancetta tagliata sottile. Quindi predisponete, impilandoli, la carne, il formaggio, le cipolle e il bacon sul pane. Aggiungete anche una fetta di pomodoro molto sottile e dell’insalata songino e chiudete con il resto del pane. Metteteci le salse che preferite (io vado matta per la senape).

E voi avete un piatto ufficiale?

Il cibo è il legame più intimo e significativo con l’ordine naturale e con la nostra eredità culturale. (Will Tuttle)